Per il Garante privacy la posta elettronica resta riservata

Per il Garante privacy la posta elettronica resta riservata

  • 30 Luglio 2026
  • Pubblicazioni
Il Garante della privacy insiste sulle proprie posizioni, estremamente rigide e assai discutibili, in materia di gestione e controllo della posta elettronica nei luoghi di lavoro, incurante delle opinioni divergenti che iniziano a manifestarsi in alcune sentenze dei giudici del lavoro. Qualche settimana fa abbiamo dato notizia di una sentenza del Tribunale di Pisa che ha dichiarato legittimo il licenziamento per giusta causa di un dipendente il cui comportamento infedele era stato accertato tramite controlli (mirati e successivi all’insorgere di un fondato sospetto) sui messaggi contenuti nella casella di posta elettronica aziendale assegnatagli. Il Tribunale ha ritenuto irrilevante, ai fini della valutazione della legittimità del licenziamento, il provvedimento del Garante di avvio, nei confronti di Piaggio, società datrice di lavoro, di un procedimento sanzionatorio per illiceità nelle modalità di conservazione dei log di accesso al sistema di posta elettronica e dei messaggi stessi. Con riferimento a quella stessa vicenda, è stato pubblicato ieri il provvedimento definitivo del Garante (rispetto al quale Piaggio ha preannunciato ricorso al Tribunale competente) con cui si ordina alla società «il divieto dell’accesso al contenuto dei dati raccolti e conservati sui sistemi aziendali relativi alla posta elettronica aziendale» e si infligge una pesante sanzione amministrativa pecuniaria. Il punto di partenza delle argomentazioni del Garante è sempre lo stesso: «l’indirizzo di posta aziendale individualizzato (ovvero assegnato a uno specifico lavoratore), così come il contenuto della posta elettronica presente nell’account, costituiscono dati personali del lavoratore stesso». Da ciò si fa discendere l’applicazione alla mail aziendale della garanzia di riservatezza della corrispondenza, che si spinge sino ad affermare che andrebbero adottate «misure di tipo organizzativo e tecnologico tali da impedire l’accesso all’archivio da parte di soggetti diversi dall’interessato». Si tratta di un’impostazione avulsa dalla realtà. Il dipendente che utilizza l’account di posta aziendale (di proprietà del datore di lavoro) non lo fa certo a titolo personale, ma agisce come espressione dell’organizzazione. Tanto più quando, come accade nella stragrande maggioranza dei casi, le policy aziendali chiariscono che della mail aziendale si deve fare un uso esclusivamente lavorativo. Il che dovrebbe essere più che sufficiente, secondo le stesse Linee guida sulla posta elettronica emanate dal Garante nel lontano 2007, a evitare l’insorgere di qualsiasi aspettativa di riservatezza. Il Garante insiste poi nel non riconoscere natura di strumento di lavoro alla raccolta e conservazione dei dati e dei messaggi di posta elettronica, con la conseguenza che tale conservazione (che il Garante ritiene «non indispensabile» per rendere la prestazione lavorativa) dovrebbe essere sottoposta alla preventiva autorizzazione sindacale o amministrativa prevista dal primo comma dell’articolo 4 dello Statuto dei lavoratori. Una simile posizione non considera che oggi, tramite le email, vengono scambiate informazioni, trasmessi documenti, assunte posizioni negoziali, il che ne richiede necessariamente la conservazione negli archivi aziendali per evidenti finalità lavorative. Senza considerare che, nel caso concreto, si trattava di un controllo difensivo diretto all’accertamento di un illecito, come tale sottratto, per giurisprudenza pacifica, all’applicazione dell’articolo 4 dello Statuto dei lavoratori. A quest’ultimo proposito, il Garante, pur affermando che «non rientra nelle competenze di questa Autorità pronunciarsi sulla cd. teoria dei controlli difensivi», entra in realtà nel merito delle modalità applicative di tali controlli, sposando in pieno la tesi secondo cui, per essere legittimo, il controllo deve svolgersi «ex post, ovvero su comportamenti posti in essere successivamente all’insorgenza del sospetto dell’illecito». Una tesi respinta dal Tribunale di Pisa che ha giudicato sulla medesima fattispecie e che porta alla totale impossibilità di accertare condotte illecite verificatesi ed esauritesi al momento dell’insorgere del fondato sospetto, come correttamente ritenuto, in una fattispecie analoga, dalla Corte d’appello di Torino (sentenza 437 del 31 ottobre 2023).